Perchè i burattini oggi




Può esserci "un che" di anacronistico nel "fare i burattini" oggi, nel 2013, nell'epoca della rete globale, della comunicazione "touch", se non fosse che fra i bisogni che l'uomo porta con sé attraversando la Storia, e comunicando mediante sempre più leggeri supporti, dalla pietra incisa o disegnata alle parole via etere, ad un certo
punto ha bisogno di trovarsi con altri uomini e scambiare. Anzi, forse il rischio è che si atrofizzi il desiderio di incontro, di agape, di condivisione, di esperienza e si levi fra gli uomini una sorta di cecità profonda, non solo fisica, così ben raccontatta da Saramago.

Quando il filosofo Galimberti afferma "meno cose, più relazione", noi che lavoriamo con le "cose", intuiamo che il richiamo non è rivolto a noi burattinai. Le marionette, le ombre, i pupazzi, i burattini che si muovono, raccontano "dal vivo", sono ponti fra umani che comunicano attraverso un medium che ha forma, colore, ma soprattutto calore. Oggetto inerte sul fondo di un baule o materiali ammassati su un banco-lavoro, il burattino prende prima forma e poi vita da mani umane. Questo manufatto, fatto a mano, manumosso, mosso a mano, e non manomesso, è un tramite in cui animatore e spettatore si riflettono e riflettono. Come diceva Grotowski "Il teatro non è indispensabile. Serve ad attraversare le frontiere fra te e me", quell'inutile necessario appunto, perché non è pane certo, ma alimento dello spirito, "terreno di cultura" delle domande che fanno crescere l'individuo e l'umanità e che nel teatro dei burattini trovano forma, anche momentaneo "ristoro", perché bastonar la Morte, almeno per un po' ci rende felici perché sappiamo che non è la risposta vera, ma la soddisfazione immediata e mediata di un desiderio, che lì può capitare, che è esigenza comune del burattinaio e dello spettatore. "Viva il teatro! Dove tutto è finto e niente e falso" e da burattinaio si ringrazia Gigi Proietti per questa felice sintesi che ripara tutti da angosce, ma al contempo mette in contatto, tutti, chi fa e chi guarda, nell'intimo dell'emozione, di corpi che si muovono per agire uno strumento e corpi in movimento per cogliere ed amplificare quel messaggio, con una risata che parte dalla pancia e su su su fino alla faccia. C'è una certa "circolarità", quasi orientale, in questa forma di comunicazione, diversa dall'unidirezionalità lineare della comunicazione del Nord del mondo. Il burattino è antenna emittente e ricevente, sta in alto, in ribalta nel boccascena della baracca, officiante del rito, sotto, di qua e di là del telo i cuori, i corpi e le menti degli umani. Se vogliamo, un triangolo, che sta sopra al teatrino, come al tempio antico, e al vertice lui, il burattino.

Questo è ciò che è stato e, probabilmente, finché un genitore alimenterà il bimbo facendo il trenino con la pappa nel cucchino, finché il gattino simulerà la caccia srotolando un gomitolo di lana, e un bambino potrà per gioco morire e morire e morire cento volte per gioco, sarà così...ce lo auguriamo, e il primo pensiero non va al mercato dei nostri prodotti.

Oggi il burattino, in questo mondo elettrico e di schermi, lui dalla sua quarta parete sfondata, parla, ascolta e agisce e chiama le persone di tutte le età che "stanno al gioco" (come si suole accompagnare il termine "teatro" in altre lingue e culture non impastate nel re-citare della storia italiana).

Però è alto il chiasso che si leva da clacson, altoparlanti, vociare, e varie sono le lingue del nostro mondo e complicatisi, non diversi, gli argomenti delle nostre vite. Ciò impegna ad una ricerca sulla forma,.sui ritmi, sulle battute, sulle immagini, sulle azioni, sulla storia e sul testo. Ciò obbliga chi costruisce e agisce questa forma di comunicazione, ma è così da sempre anche nei maestri della tradizione, a pensarsi in relazione con il mondo, a mettersi in ascolto per poter chiamare ognuno dei membri del variegato pubbico contemporaneo a sospendere per un'oretta i propri impegni e stare insieme a "partecipare".

E' la fine del burattinaio "romantico" o della famiglia dei marionettisti (storia che, comunque arriva sino a ridosso del terzo millennio, come attività risolta nel solista o nel piccolo gruppo)? Come sempre, un po' sì e un po no...siamo in transizione dall'autarchica autosufficienza dei saperi necessari alla scena dei burattini, a chiamare oggi dentro la baracca più figure e competenze e addirittura fuori baracca sguardi registici. La prima necessità non è quella di infiocchettare meglio il prodotto, ma di porre attenzioni volte a stare, cogliere ed interpretare questa complessità senza divenirne vittima, in quei tentativi spesso deprimenti di "fare la televisione di legno" (c'è già quella vera con la qualità che dalle nostre parti mediamente esprime, addirittura la copia?) o di emulare o competere con le diavolerie tecnologiche moderne, perché quello che si fa in scena col diavolo, è riempirlo, luddisticamente, di bastonate. Già perché almeno nel mondo dei burattini possiamo far pratica di un mondo dove le cose vanno come devono andare, tanto è finto, ma non essendo falso, e quindi un po' vero, si possono prendere appunti che rimangono e sedimentano in qualche archivio della coscienza. I burattini possono fare cose terribili, tanto non succede a noi umani (anche se all'indomani ci si accorge dalla cronaca che possiamo fare di peggio), ma a fantocci che sfidano la logica e il destino nel loro potersi rialzare "da terra" anche dopo una gran tranvata "la nostra gloria più grande non sta nel non cadere mai, bensì nel rialzarci ogni volta che cadiamo"- Confucio...I burattini maschere fisse a cui animatore e spettatore attribuiscono vita, non è umano nel suo sguardo di legno, nella sua faccia immobile, ma può tanto di più e i cartoni animati, il cinema, la televisione e anche la tranvata, sono arrivati tanto dopo il teatro dei burattini.

Tornando alla "famiglia" dei burattinai, questa è oggi una famiglia allargata dalle competenze, dal necessario confronto, dalle imprescindibili "contaminazioni" di linguaggio, perché, darwinianamente parlando, di purezza si muore.

Anacronistico si diceva all'inizio. Forse. Di sicuro tutto rimane così disarmantemente semplice: essere umano-burattino-essere umano. Si può illuminare la scena con gli ultimi proiettori a led, ed avere un microfono ad archetto, collegato a un mixer manovrato da un tecnico pronto a darti l'effetto, ma in fondo è la stessa immagine che stampe antiche ci consegnano di teatrini in piazze affollate, a fianco di saltimbanchi e ciarlatani. Pubbliche punizioni eseguite tragicamente dal boia; pubbliche esemplari bastonate agite "catarticamente" dal burattinaio. Fuori dal tempo, controtempo, o di un altro tempo. Qui e ora a srotolare storie, col fiato sospeso per i destini dei personaggi cari, sempre in pericolo fino allo scioglimento finale dell'intreccio nell'applauso, tutti col naso in su, burattinaio e spettatori, a veder questo "coso" cosa fa. E durante la scena cogliere un respiro dal fondo della sala, o le campane a festa in piazza e restituirlo ai presenti viventi, nell'invenzione del momento della battuta o dello sguardo del burattino, così colpito dalla vita intorno da sospendere il suo raccontare, rendendo unico quell'istante, quella replica irripetibile.

Ecco un po' di perché "ancora i burattini nel 2013"...quelli che si possono scrivere, quelli che rimangono lì ma son pronti a farti caricare il furgone alle 7 del mattino e partire per centinaia di chilometri: "it's just another time along the road" e sono i perché che non si riescono a scrivere.

Burattinaio? Sono quello che si porta i burattini in giro per il mondo. Burattini? Sono quelli che mi consentono di incontrare mondi, provare a conoscerli, e per un po' metterli insieme.

Elis Ferracini

 

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